Andrea Gavosto, presidente della Fondazione Agnelli, ha pubblicato su La Stampa il 6 febbraio 2010 un commento al riordino dei licei, con una specifica considerazione relativa all’insegnamento dell’informatica previsto per il nuovo liceo per le “scienze applicate”, e precisamente questa:
“appare bizzarra l’inclusione dell’informatica coe materia a sé: è difficile pensare che i ragazzi di oggi abbiano bisogno di una specifica alfabetizzazione sui computer, a meno che non li si voglia trasformare tutti in ingegneri informatici. Così come, per guidare un’auto, non abbiamo bisogno di sapere come è fatto lo spinterogeno, per studiare le scienze – o qualsiasi altro soggetto – i ragazzi non devono sapere come sono fatti i computer: devono usarli, sfruttandone in modo intelligente e critico le risorse cognitive.
Il computer equiparato all’automobile sta anche alla base dell’idea della “Patente” per il computer (ECDL – European Computer Driving License), un’immagine semplice e forte, ma non sempre azzeccatissima.
Questo commento inviato alla Stampa non è stato pubblicato e lo proponiamo qui: Barbara Demo, docente di informatica all’Università di Torino, sostiene che insegnare l’informatica a scuola è importante, non tanto per imparare a usare il computer, quanto per acquisire un metodo che consenta di imparare a costruire modelli di rappresentazione della realtà e a trovare soluzioni:
Un commento all’articolo “La riforma Gelmini ancora da rifinire” pubblicato su La Stampa di sabato 8/2/2010, pag. 29, autore Andrea Gavosto, Direttore della Fondazione Agnelli, dove si parla delle tre ore settimanali di informatica nel liceo scientifico opzione ora chiamata “scienze applicate”, per intenderci quella che fino a inizio gennaio 2010 era l’opzione scientifico tecnologico. Vi si dice:
<>.
Gavosto indica quindi due interpretazioni possibili dei contenuti delle tre ore settimanali di informatica nel triennio finale del liceo scientifico opzione “scienze applicate”. Una è quella di alfabetizzazione che esclude subito, giustamente. L’altra è quella soltanto tecnologica che probabilmente gli è suggerita anche dal titolo completo previsto per l’insegnamento in questione (“Informatica e Sistemi automatici”) e dalla classe di concorso degli insegnanti che il riordino in corso prepone all’insegnamento in questione: quella appunto degli ingegneri elettronici ed elettrotecnici con inspiegabile esclusione invece dei laureati in informatica. Probabilmente si tratta di un errore ma per ora è così. D’altra parte l’autore dell’articolo, nelle prime righe, aveva anche avvertito: <>. Quindi stiamo ragionando sul non molto che abbiamo e ancora “da rifinire”.
Su una interpretazione soltanto tecnicistica si possono appuntare critiche tipo quella dell’articolo con il suo osservare che non vogliamo trasformare tutti in ingegneri informatici: avessimo tempo e spazio meriterebbe indagare anche in questa direzione. Qui dobbiamo invece indirizzarci alla limitazione più grave dell’articolo che è il trascurare l’esistenza di una terza interpretazione dell’informatica: quella su cui si fonda l’informatica delle Facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali delle nostre università e meno facile da carpire della componente tecnologica dell’informatica. E’ l’informatica come scienza della risoluzione dei problemi attraverso la scomposizione, l’astrazione e la modellizzazione. Una informatica che si compone di concetti, principi e metodi per affrontare i problemi progettando soluzioni basate su modelli di rappresentazione della realtà e dei dati che ci permettono di arrivare a delle soluzioni e a delle soluzioni efficienti. La modellazione della realtà esterna nei sistemi software è un potente esercizio — non meccanico — di astrazione e di comprensione della realtà stessa. In poche parole esiste una informatica che è scienza.
E’ importante anche ricordare il Rapporto Rocard del 2007 (#) che è il riferimento obbligatorio imposto dalla Commissione europea in tema di formazione in vari tipi di finanziamenti europei, per esempio nei progetti Science in Society. Questo rapporto dichiara che per l’Europa del futuro la didattica va fondata sulla cosiddetta Inquiry Based Science Education che, mi si permetta la semplificazione, è un approccio alla risoluzioni di problemi attraverso attività di sperimentazione. E proprio l’uso dell’informatica permette agli studenti di progettare e realizzare sperimentazioni a vari livelli e in forme interessanti per loro che si destreggiano senza troppe difficoltà con le nuove tecnologie, attraverso:
- un uso consapevole di applicazioni di simulazione dove consapevole vuol dire rendendosi conto, seppure ad un livello molto astratto, dei modelli che si usano altrimenti le applicazioni di simulazione servono a poco e sono denari e tempo scolastici buttati
- la modifica o la costruzione di modelli, necessariamente attraverso linguaggi formali.
Gli elementi di modellistica, di risoluzione di problemi, di astrazione, di linguistica, insomma gli elementi inerenti le scienze cognitive sono strumenti a servizio di tutte le discipline, ovviamente: matematica, fisica, economia, linguistica. Per questo sarebbe è vero necessaria una maggiore presenza anche trasversale dell’informatica a permeare i vari insegnamenti ma ciò non accadrà sino a che non si avranno molti insegnanti di altre discipline, a tutti i livelli, con una conoscenza dell’informatica sufficiente a permettere loro un uso attivo dell’informatica integrata nelle loro attività. E ciò avverrà quando nella formazione, a cominciare da quella secondaria, ci sarà stato sufficientemente a lungo l’insegnamento dell’informatica soprattutto nella accezione appena detta più che come tecnologia. Tra l’altro, così facendo, saremmo non soltanto a livello europeo bensì tra le nazioni all’avanguardia in Europa.
Rendere evidente questa concezione dell’informatica è naturalmente compito di noi informatici. Per questo è da ringraziare Andrea Gavosto che ha sollevato la questione e suscitato il mio commento aiutandomi così a diffondere le considerazioni che da settimane con colleghi dei vari atenei cerchiamo di far giungere al Ministero per farlo recedere dal negare l’insegnamento dell’Informatica ai laureati in Informatica come ora il riordino dei licei stabilisce.
Cordiali saluti,
G. Barbara Demo
G. Barbara Demo
Dipartimento di Informatica – Università di Torino
c.so Svizzera 185, 10149 Torino, ItalyCoordinamento Gruppo di lavoro Informatica e Scuola
GRIN Gruppo di INformatica Università
(#) http://ec.europa.eu/research/science-society/document_library/pdf_06/report-rocard-on-science-education_en.pdf
Il commento del prof. Angelo Meo viene pubblicato su LaStampa il 15/2, con il titolo “Informatica non è solo il PC”. L’informatica è sempre più pervasiva e importante, perché non dobbiamo insegnare agli studenti come è fatta?
Pubblichiamo un ulteriore commento a cura dei docenti del corso di laurea in Informatica dell’Università di Torino: le nuove applicazioni web sono sempre più basate sul contributo “attivo” dell’utente per questo è fondamentale che si formino persone consapevole e non fruitori passivi di contenuti e applicazioni costruiti da altri.
Torino, 23 febbraio 2010
Egregio direttore,
scriviamo per commentare alcune affermazioni contenute nell’articolo del dott. Andrea Gavosto apparso sulla Stampa del 6 Febbraio 2010, dove si giudicava bizzarra l`inclusione dell`informatica come materia di insegnamento a sé nel liceo scientifico tecnologico secondo il riordino della scuola secondaria superiore recentemente approvato dal Parlamento.
Condividiamo appieno l’intervento di Angelo Raffaele Meo (La Stampa, 15 febbraio), a proposito del medesimo articolo e aggiungiamo qualche considerazione.
Oggi ogni cittadino ha il *diritto* e il *dovere* di essere introdotto agli elementi fondamentali dell’informatica prima del termine della scuola secondaria superiore. Questa introduzione gli darà la possibilità di capire meglio il mondo che lo circonda che è e sarà sempre più guidato dall’uso del calcolatore. Per essere competitivi e innovativi dobbiamo colmare il “digital divide” che separa l’Italia dagli altri paesi e di cui sempre ci lamentiamo.
Tuttavia gli elementi di informatica condivisi da tutti non devono limitarsi a saper usare un calcolatore per il mero utilizzo di qualche applicativo software. Un’introduzione all’architettura dei software utilizzati serve a risolvere i problemi pratici collegati al loro uso quotidiano o a scegliere criticamente il calcolatore o una architettura software per la casa (la domotica sta avendo un larghissimo sviluppo), per la scuola o l’impresa. Ma soprattutto serve a saper affrontare l’evoluzione della tecnologia.
Oggi occorre poter continuare efficacemente l’utilizzo delle applicazioni anche quando il produttore di turno cambia i sistemi che commercializza (cosa che avviene oramai ogni due o tre anni) o i linguaggi di programmazione più utilizzati vengono nuovamente modificati. Siamo nell’era del WEB di nuova generazione in cui non esistono confini netti tra la fruizione dell’utente di internet e la produzione di contenuti. Di conseguenza, tra pochi anni nessuno potrà consapevolmente dichiararsi soddisfatto se non saprà scambiare e produrre contenuti di alto valore e qualità in rete.
Le motivazioni per l’insegnamento dell’informatica sono le stesse per cui si continua ad insegnare la matematica anche oggi quando esistono calcolatrici e molti strumenti software per fare studio di funzioni e simili. Tutti i cittadini hanno il diritto di essere introdotti all’informatica per il suo valore formativo: essa insegna a ragionare, a risolvere problemi e a dare spiegazioni semplici ma corrette ed esaustive. Per finire, oltre ad avere un valore formativo, una introduzione agli elementi fondamentali del programmare tornerà utile a chi avrà in casa propria apparecchi di qualunque tipo dotati di microcalcolatori, come sono oggi gli impianti hi-fi, d’illuminazione, radiofonici, televisivi: in poche parole quasi tutto.
I docenti del corso di laurea in Informatica della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell’Università di Torino
Che ne pensate?
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